Nel paese perduto

La civiltà armena nei versi di Daniel Varujan e Antonia Arslan

Una voce sconosciuta arriva a noi dalle “terre di Nairì”, dal paese d’ Armenia, l’ antico altopiano sotto il monte Ararat, dove secondo la leggenda si posò l’ arca di Noè. E’ un canto di poesia e di saggezza, sono le parole di un dotto e dolce contadino-veggente, Daniel Varujan, che fu grande poeta e fu ucciso a trent’ anni nel fiore del suo genio, in un giorno d’agosto del 1915, in un posto qualsiasi di quella sterminata campagna anatolica, che aveva tanto amato.
Era nato in Anatolia nel 1884, nel villaggio di Perknik, vicino a Sebastia. Educato prima a Costantinopoli, poi a Venezia e a Gand, ritornò in seguito in Turchia, dove si impegnò nel dibattito politico, artistico e culturale del breve “Rinascimento armeno” degli anni 1908-1915. Alla rinascita della cultura e della lingua armena Varujan dedicò tutta la sua incredibile forza d’ invenzione poetica, pubblicando due raccolte di grande successo: Il cuore della stirpe (1909) e Canti pagani (1913). Daniel Varujan si rivelava grande poeta dal cuore antico e dalla sensibilità modernissima con una peculiarità tutta sua: l’ equilibrio fra Oriente e Occidente, la capacità cioè di armonizzare l’ esuberante ricchezza di immagini e la concretezza tutta visiva della fantasia orientale con l’ educazione e le suggestioni della cultura occidentale. Nelle sue poesie, piene di colori, di saggezza sapienziale e di fresca vitalità, Varujan riesce a toccare veramente ogni categoria di lettori, tocca le corde profonde dell’ animo umano, raccontando la vita, le gioie, le preghiere dei semplici, l’ angoscia per il padre scomparso in prigione, l’ orrore dei massacri e la bellezza di un campo di papaveri. In tasca, quando fu ucciso, aveva il manoscritto di quello che è considerato il suo capolavoro Il canto del pane. Pubblicato postumo nel 1921 a Costantinopoli, Il canto del pane divenne ben presto il simbolo fra gli Armeni dell’ insopprimibile anelito alla vita dello spirito di un popolo. Le ventinove liriche non parlano di morte e di massacri, ma solo dell’ eterno ciclo della vita della campagna, dalla semina al raccolto, raccontato da un giovane e saggio contadino-poeta. Nel sogno della vita della campagna rivive il canto della patria perduta.
Daniel Varujan si avviò alla deportazione mettendo in tasca le sue ultime poesie e continuò a scrivere fino all’ ultimo giorno. E possiamo credere che morendo, e bagnando del suo sangue quella terra che amava, si sia infine abbandonato a quell’ abbraccio, ricordando la forza immortale della poesia e dello spirito, in modo che anche per lui, come per la vecchia Anna di Benedizione, la terra in cui si è perduto abbia potuto essere una morbida madre.
a. a.

Abbiamo conosciuto Antonia Arslan come raffinata interprete di grandi personalità della letteratura del ‘900, abbiamo letto i suoi due romanzi, che ci invitano a non dimenticare il genocidio del popolo armeno, popolo di antichissima civiltà; ora i suoi versi ci condurranno in quella terra lontana: ne sentiremo i profumi, ne coglieremo i suoni, ne immagineremo i colori, ci immergeremo in una civiltà, che, indomita, canta la vita che rinasce, ma non può e non vuole dimenticare le sue terribili ferite.
In “Elegia armena” morte e vita si fondono in un quadro tragico, che lega passato e presente: ” Il coro possente dei morti / da allora percorre la notte / finge profumi di vita / … avvelena / noi fragili nipoti”, quei nipoti che “ tardi venuti, impauriti / a Occidente”, esuli, sognano le madri insanguinate d’Armenia. E ancora vita e morte sigillano l’ elegia con l’ invocazione : “portami il fuoco e l’ eccidio / le rose dei villaggi e la morte”, immagini di una tragedia passata, ma viva e sanguinante nei cuori degli esuli.
Ne “L’ uva di Smirne” sentiamo la vita nel profumo dell’ uva moscata, nell’ oro dei graticci; avvertiamo la gioia della fanciulla, che sogna il matrimonio, che sogna la maternità. “E voglio un figlio, presto, o una figlia / tenerella”. Una madre, inondata dalla gioia della maternità “dimentica / ciò che non vede, e non ha visto mai”. Una nuova vita per esorcizzare la tragedia del passato, per mettere nuove radici, per far germogliare quella vite, che “alla porta ci rasserena”, che dona la pace. Ma questa pace tanto invocata potrà mai far tacere “gli echi perduti, i sonni infuocati, i volti / degli uomini che non ho conosciuto”, richiamati dalle insondabili regioni del cuore? La pace è l’ acqua che ristora, il dono al viandante, difficile conquista per chi ha l’ anima ferita. E’ il bagaglio dell’ esule, del “viandante, ospite bello, ospite buono, di poche parole.” Il ricordo del dolore passato è esperienza intima … e  bastano poche parole.
i. v.